EFFICACE-MENTE - Teorie e tecniche per migliorare il metodo di studio



Grazie alla collaborazione tra Associazione New Deal e Équipe del Benessere Psicologico, prende il via il progetto "EFFICACE-MENTE"


Quattro incontri, finalizzati a migliorare le strategie di apprendimento e il rendimento degli studenti nel loro percorso universitario. Mercoledì 6 Novembre 2013 alle 17:30, il primo appuntamento. 

Tecniche di studio efficace, memorizzazione, gestione dell'ansia pre-esame, motivazione e autostima, questi i temi previsti dal programma del progetto, supportati da attività pratiche ed esercitazioni.



Il corso si inserisce in un percorso di supporto più ampio agli studenti dell'Università degli Studi "Mediterranea" di Reggio Calabria, del quale l'Associazione New Deal è una delle principali attrici, accogliendo dal 2008 giovani attivi sul territorio locale e nel contesto universitario, promuovendone le potenzialità e le inclinazioni, prediligendo una linea di apprendimento non-formale.


Assistenza agli studenti, diffusione della cultura europea con particolare attenzione alle politiche comunitarie soprattutto in ambito giovanile, promozione del dialogo internazionale e dell'inclusione sociale, questi alcuni dei cardini principali delle attività di New Deal che opera a livello locale, nazionale e internazionale attraverso campagne sociali, seminari, workshops, convegni di carattere scientifico e culturale, campagne di informazione, progetti di mobilità internazionale.





"EFFICACE-MENTE" rappresenta la seconda esperienza di collaborazione tra l'Associazione New Deal e gli psicologi dell'Équipe del Benessere Psicologico, dopo il successo dei "colloquia" su comunicazione, problem solving e decision making dello scorso aprile.






In quell'occasione gli incontri si tennero presso la sede di New Deal; il progetto EFFICACE-MENTE si svolgerà, invece, all'interno dei locali dell'Università degli Studi "Mediterranea" di Reggio Calabria, presso l'Auletta Tesi della Facoltà di Architettura.

La realizzazione del corso sarà interamente auto-finanziata dagli studenti partecipanti attraverso un contributo simbolico di 5 €. L'iscrizione dovrà essere formalizzata al seguente link Iscrizione EFFICACE-MENTE. 
Al fine di garantire la qualità del corso stesso e l'efficacia delle esercitazioni è previsto un numero massimo di 25 iscritti per ogni incontro.


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PSICANTRIA: IL CANTO DELLO PSICOMONDO CONTRO LO “STIGMA”

di Stefano Naim


Il disturbo mentale è una creatura subdola. Se sei una persona “normale” ( ma cos’è la normalità? ) hai libero accesso al mondo ed alle relazioni sociali; se hai una malattia “normale” ( per intenderci, quella del corpo, quella che davvero puoi “toccare con mano” ) sempre e comunque avrai  attenzione ed affetto attorno a te; ma se ad essere malata è la tua esistenza, se il disturbo non sta nel tuo fegato o nel tuo polmone ma affligge la tua mente, proprio ora che avrai bisogno del maggiore aiuto subirai le conseguenze più devastanti: non sarai un malato, e non sarai più nemmeno una persona, ma sarai solo un debole o un “folle” , uno inguaribile ed incurabile ( “la malattia si può curare, la pazzia no!” ), facilmente sarai pericoloso, di certo sei un essere inutile, da evitare se non da allontanare…
E’ questo lo  Stigma, l’impronta costante ( ed inaccettabile ) che il disturbo mentale porta con sé, il regalo che tu non hai mai chiesto, ma che fatalmente arriva e ti marchia come  “alieno dal mondo”, ti emargina dalla società “civile”, scava diabolicamente un solco sempre più profondo tra te ed il mondo ( un diavolo per davvero , dal greco “diaballein” = dividere ).
Combattere lo stigma è la missione di Gaspare Palmieri e Cristian Grassilli: psichiatra il primo, psicologo il secondo, ed entrambi psicoterapeuti, nel 2011 fondano “PSICANTRIA” , progetto che unisce la loro vena artistica ( cantautoriale ) con la volontà di narrare lo “psicomondo”, parlare cioè del disagio psichico, di come si sta nei panni di chi lo soffre, di come si possa provare, e a volte anche riuscire a vincerlo. Il compito è ambizioso: esporre con la musica tematiche complesse, e per di più tematiche che spesso sono ( più o meno consapevolmente ) osteggiate da chi non vi si trova a contatto, perché sentite difficili, scomode, comunque da tenere distanti da sé…
Ma il duo emiliano vuole proprio rompere le scatole! Vuole svegliare le coscienze, stimolare la curiosità ed accendere riflessioni, se serve anche incrinare certezze, con lo scopo di (ri)avvicinare il malato mentale alla società, di farlo conoscere, di farlo tornare “umano” agli occhi di tutti, anche di quelli che non sempre riescono a vederlo come tale.
La canzone è il cuore pulsante del progetto: con il suo potere di aggregare e di arrivare ovunque è lo strumento ideale per lanciare la loro battaglia gentile ; la magia con cui l’arte ( e in particolare la musica ) riesce a toccare le corde intime dell’animo umano rende il messaggio penetrante; la simpatia e bravura di Palmieri e Grassilli, quel pizzico di goliardia, la delicatezza con cui aprono le porte dello psicomondo, l’immediatezza con cui le canzoni lo tratteggiano rendono più alla portata, più coinvolgente, ma soprattutto ( è questo il loro maggior merito ) rendono il messaggio più leggero,d’un tratto accettabile per tutti, anche per chi in altre situazioni mai gli avrebbe prestato ascolto.
Musica e psicopatologia è un mix  particolare, coraggioso, ma dal grande potenziale. E il progetto “psicantrico” non è il primo a sposarlo. Già da anni, nella loro realtà clinica, i due “artisti della psiche” propongono l’ascolto di brani scelti come strumento terapeutico nell’ambito di gruppi di psicoterapia. Ma si può fare “musicoterapia” non solo ascoltando, ma anche producendo musica: è il fenomeno delle “psychiatric band”, veri e propri gruppi polistrumentali che nascono nelle cliniche, composti dai pazienti e dagli operatori della salute mentale ( nel 2009 a “Villa Igea” di Modena si formano i “Fermata Fornaci”, di cui Palmieri fa parte ) . Tutti assieme, senza distinzione, uniti dalla passione per chitarre, batterie e melodie,  come qualsiasi altro gruppo immersi nel “songwriting” ( stesura di suoni e testi ) , nelle prove, fino alle esibizioni in pubblico. Le psychiatric band sono ancora poco conosciute, ma esistono da anni, con tanto di annuale evento nazionale a raccoglierle. E i risultati terapeutici sembrano incoraggianti…




Ma Palmieri e Grassilli con la musica non vogliono solo curare i pazienti, vogliono restituire loro anche la dignità, il diritto alla vita..quella vera, non ghettizzata!! Da qui nasce la “Psicantria”. Non passa inosservata. Ad avvicinarsi anche stelle della musica italiana come Francesco Guccini, che firma l’introduzione di “Psicantria, manuale di Psicopatologia cantata”, il libro-cd con cui nel 2011 debutta il progetto: 13 canzoni scritte, cantate e suonate , chitarre alla mano, dal duo con l’accompagnamento di Lorenzo Mantovani (polistrumentista di professione e compagno di viaggio ) . Apre l’album l’omonima “ Psicantria “ , una sorta di intro in cui si spiega la differenza tra uno psichiatra, uno psicologo e uno psicoterapeuta, ma si ricorda anche come, al di là dei tecnicismi, quel che più conta è l’umanità verso il malato, chi soffre di un disturbo psichico, la cui umanità è viva e grande come non mai ( e, forse, anche per questo piu in difficoltà! ) . A seguire una serie di canzoni raccontano il disagio mentale: lo fanno parlando del vissuto, ora in modo più divertente e metaforico,  come ne “ Il cowboy bipolare” o in " Tarzan e border-Jane " , ora con la chiave della quotidianità:  " L’inno del malato immaginario " o " Funky fobico "; arrivando anche a momenti molto toccanti e tristi : " L’ultima ninna nanna " , comunque sempre al riparo dai dettagli tecnici del disturbo, per privilegiarne la dimensione esistenziale.



Uscito l’album seguono i concerti live : un tour a toccare scuole, università, associazioni, ospedali, teatri, ovunque il “verbo” psicantrico possa trovare terreno fertile. E’ questo forse il format più adatto all'opera, dove i suoi autori possono meglio coniugare vocazione artistica e possibilità di “parlare alla gente”, coinvolgendola nello spettacolo e costruendo con essa quel filo di empatia che è poi l’essenza del progetto.
Gaspare Palmieri e Cristian Grassilli non si fermeranno qui. L’idea era “folle”, la missione ostica, i riscontri sono stati positivi. Da qui la spinta ad andare avanti, a dare ancora più voce allo psicomondo, fino ad ampliarne i confini: a breve la “Psicantria” si arricchirà di nuovi episodi, che stavolta si allontaneranno dai disturbi più classici ( quelli della clinica ) per andare a toccare da vicino fenomeni della vita quotidiana, più o meno direttamente psicopatologici, che si stanno imponendo nella nostra società, come ad esempio il bullismo o le dipendenze dal mondo digitale.
Vincere lo stigma oggi è una delle sfide più difficili. Nel mondo moderno, i cui tempi e i cui modus vivendi restringono la strada di chi non vi si uniforma, gli spazi per chi viene giudicato “ non normale ” sembrano diventare sempre più angusti, inumani appunto, togliendo di fatto al malato mentale la possibilità stessa di esserlo! Ma non bisogna mai arrendersi… se non quelle del Signore, le vie della cultura possono essere infinite, e il canto lieve ma intrepido della Psicantria, il suo messaggio di amore e di coraggio, devono essere accolti, e anzi fatti risuonare a gran voce…


AUTOSTIMA E ... DINTORNI


Proprio perché il nostro blog è sul Benessere Psicologico, mi sembra essenziale approfondire una tematica cara a noi Psicologi, e a tutte le persone in generale, da cui potrebbero scaturire molti disagi, ansie e preoccupazioni. Parleremo di AUTOSTIMA. 


L’autostima è un costrutto generale, costante sia per gli uomini che per le donne ma  io mi riferirò particolarmente alle donne, in quanto  io stessa donna e spesso tempestata da mille dubbi  riguardanti la stima che ho di me (“…e ora sono qui che guardo, che mi guardo crescere la mia cellulite le mie nuove consapevolezze” cit. Noemi - Vuoto a perdere). Noi donne siamo costantemente bombardate dai media dalla figura di donne filiformi, senza alcun inestetismo della pelle, né con un filo di pancia, perfette e sicure di sé. Ogni giorno, ci troviamo a dover combattere con creme anti-età, lozioni per il corpo, creme anti-cellulite e chi più ne ha più ne metta. Utile è senz’altro la cura del proprio corpo ma creme o lozioni per la mente? Per l’anima? Ne conosciamo? Esistono in commercio?
Per cercare di rispondere a questi quesiti, è imprescindibile trattare l’argomento dell’Autostima, molto importante e dal quale si snodano una serie di processi, meccanismi e pensieri distorti che facilmente si innescano inserendosi in un circolo vizioso che difficilmente può essere interrotto. Frasi del tipo: oggi sono brutta, mi sento stupida, non ce la farò mai, non mi merito l’amore etc.; sono presenti spesso nel nostro linguaggio quotidiano e a chi di noi non è mai successo di riferire questi stati d’animo? Capita infatti regolarmente che sia noi stessi che un’amico/a ci riferisca di sentirsi proprio così.
Intanto cos’ è l’Autostima? O Stima di sé. È l’opinione che ognuno di noi ha di se stesso e cambia costantemente in base all’opinione che hanno di noi le persone per noi significative (da bambini: genitori o parenti; da adolescenti: il gruppo dei pari e gli insegnanti; da adulti: il partner, gli amici e i colleghi di lavoro). Essa si costruisce durante tutto l’arco della vita, e tende a rafforzarsi in età adolescenziale e da adulti. L’autostima può traballare quando ci si trova a dover fronteggiare  eventi ed esperienze che per esempio fanno sperimentare all’individuo insuccessi e fallimenti in vari ambiti della vita. Dunque la nostra autostima è considerato un vero e proprio processo, che filtra gli eventi esterni e attribuisce loro significati particolari. Ma tale processo non è unitario, le valutazioni date da noi stessi si riferiscono a più domini della nostra persona, dall’intelligenza alla bellezza, dalla competenza lavorativa o professionale, alla posizione sociale o al diritto di essere amati e rispettati.
Naturalmente c’è da evidenziare che nessuno di noi, neanche chi consideriamo perfetti e senza preoccupazioni, ha un’autostima completa e armoniosa in tutti gli ambiti su citati. Quindi consoliamoci su questo, è normale avere delle dissonanze nella propria autostima. Ad esempio potremmo affermare di avere un bel lavoro (che al giorno d’oggi è gia un’ottima conquista), stare bene in salute, essere intelligente ma non essere amati da nessuno. Avere una simile carenza, a volte può generalizzare la sensazione di inutilità e di inadeguatezza, sperimentando così una bassa autostima. (Giannantonio M., Boldorini A.L., 2005).
 Ecco come potrebbero aiutarci così dieci regole generali relative l’autostima (10 regole d’oro dell’autostima - Risorse gratuite per la crescita personale e il miglioramento - IoManager):

  1. Agisci come se fossi sicuro di non fallire
  2. Se l’hai fatto almeno una volta puoi farlo di nuovo 
  3. I tuoi standard di riferimento non sono gli altri, sei tu stesso, tu sei unico 
  4. Tu sei l’unico giudice di te stesso
  5. Fai leva sui tuoi punti di forza e anche sui tuoi punti deboli
  6. Per tendere alla perfezione devi saper convivere con i tuoi difetti
  7. Invece di cercare di predire il futuro agisci per far sì che il futuro sia quello desiderato
  8. L’autostima s’impara con la pratica
  9. Vivi sempre coerentemente con i tuoi valori, sviluppando i tuoi talenti naturali
  10. Aiutare gli altri alimenta il rispetto di te stesso.




Concludendo con una nota positiva, cosa c ‘è di meglio, soprattutto per noi donne, del dedicarsi la canzone di Barry White,You’re the First, the Last, My Everything. (Tu sei la prima, l'ultima, per me ogni cosa).

Spesso la canticchio di fronte lo specchio e mi da la carica giusta, soprattutto di prima mattina, e quando un evento potrebbe cambiare l’intera giornata, non mi butto giù e continuo a canticchiarla sottovoce.   
  
Buona autostima positiva a tutti.
Dott.ssa Carmela Gratteri

I 40 anni della "Sindrome di Stoccolma"

di Santo Cambareri


Era il 23 agosto del 1973 quando Jan-Erik Olsson e Clark Olofsson presero in ostaggio quattro donne durante una rapina in banca. 131 ore la durata del rapimento che mise sotto scacco le forze di polizia tenendo col fiato sospeso tutti gli svedesi che seguivano le vicissitudini di ostaggi e rapitori attraverso i media. Quello della rapina alla "Sveriges Kredit Bank" fu il primo caso in cui delle persone sequestrate furono sottoposte a un intervento psicologico. Nel corso delle sedute le donne rapite riferirono di nutrire sentimenti positivi nei confronti dei propri carcerieri (una delle caratteristiche principali della sindrome) che, a quanto detto, "avevano ridato loro la vita". La "Sindrome di Stoccolma" viene infatti definita come un processo psicologico inconscio che promuove relazioni inverosimili tra vittime di sequestro e rapitori e coinvolge sia gli ostaggi che i sequestratori.

La reciprocità, rappresenta il secondo aspetto distintivo della sindrome. Olsson (oggi 72enne) descrive così il suo rapporto con le donne in ostaggio "...Mi erano sempre più o meno vicine, praticamente mi proteggevano e così la polizia non poteva spararmi. Anche quando andavano in bagno, dove la polizia sarebbe potuta intervenire per salvarle, alla fine tornavano sempre". A completare il quadro della "Sindrome di Stoccolma" , il cui nome venne coniato dallo psicologo e criminologo Nils Bejerot, vi è inoltre l'avversione, da parte delle vittime di sequestro, nei confronti delle autorità. Nonostante si possa pensare che alla base di tale comportamento ci sia la scelta cosciente di "farsi amico il sequestratore" per preservare la propria incolumità, diverse ricerche hanno messo in luce come alla base di questo legame paradossale vi sia una reazione inconscia e automatica come se involontariamente prendesse corpo il concetto di un "NOI qui dentro contro un LORO che stanno fuori". A connotare la distanza da una scelta conscia e basata sull'interesse personale, contribuiscono anche i casi celebri come ad esempio quello di Giovanna Amati, rapita nel febbraio del '78 e invaghitasi di uno dei suoi carcerieri, Daniel Neto membro del "clan dei marsigliesi" o il caso di Patty Hearst, ricca ereditiera rapita dall'Esercito di Liberazione Simbionese al quale si unì dopo il periodo di prigionia cambiando il suo nome in Tania stesso pseudonimo usato da Haydé Tamara Bunke Bider, tedesca naturalizzata argentina che, col nome in codice di "Tania la Guerrigliera", prese parte alla rivoluzione cubana. In questo senso quindi non ci si può limitare a spiegare il fenomeno attraverso meccanismi coscienti, bisogna piuttosto ricercarne le cause nei meccanismi di adattamento all'ambiente.

 Come messo in luce dallo studioso di strategia militare, l'israeliano Azar Gat, nelle popolazioni preistoriche erano abbastanza frequenti rapimenti, violenze, stupri e omicidi, durante le battaglie per la conquista di un'altra tribù. In tali circostanze le donne sopravvissute avrebbero avuto minori probabilità di essere uccise e di vedere sterminata la propria prole, accettando di buon grado lo stato di assoggettamento. Il carattere fortemente adattivo (nell'accezione propria della selezione naturale) potrebbe quindi aver contribuito a rendere universale, all'interno della specie, il comportamento di capture-bonding (letteralmente: legame di cattura). In tal senso una parziale attivazione del comportamento capture-bonding potrebbe essere rintracciata nella formazione militare, nei fenomeni di "nonnismo" o ancora nelle pratiche sessuali come il sadismo/masochismo.

 Analizzando gli aspetti più prettamente psicologici, nel quadro della sindrome, sembrano attivarsi i meccanismi di difesa teorizzati dalla psicologia dinamica, attraverso i quali il nostro EGO tenta di fronteggiare le situazioni di stress o le idee insopportabili e dolorose. Nello specifico a farla da padrone sarebbero la "regressione" ovvero il ritorno a un livello di maturità inferiore e l'"identificazione" (in questo caso proprio con l'aggressore). Così il rapitore si trasforma in una sorta di "eroe positivo", unico punto di riferimento durante la prigionia. Inoltre, dal punto di vista del carceriere, gli ostaggi rappresentano l'unico strumento per far valere le proprie richieste (ne è quindi indispensabile la "cura") e sono al contempo l'unica fonte di difesa nei confronti dell'autorità. Prende corpo quindi un'empatia reciproca, rinforzata dal protrarsi delle indispensabili trattative e da eventuali fasi di stallo.

Se la paternità del nome è da attribuire a Bejerot (che per primo parlò di "Sindrome di Stoccolma" durante uno speciale tv dedicato all'avvenimento di cronaca) fu lo psichiatra americano Frank Ochberg, redattore del primo testo sul trattamento del Disturbo Post-traumatico da Stress, a studiare ed approfondire le fasi e le caratteristiche della sindrome. Dal punto di vista clinico, infatti, la Sindrome di Stoccolma rientra a pieno titolo nella famiglia dei disturbi post-traumatici da stress di cui l'incidenza maggiore è riscontrata nei casi di gravi eventi naturali, guerre, attentati terroristici. Come spiega Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria, "I dati neurobiologici in nostro possesso rivelano un particolare coinvolgimento dell'amigdala, parte del cervello che gestisce le emozioni e soprattutto le reazioni di paura a cui si associa un meccanismo neurochimico di attivazione di specifici polipeptidi a livello dell'ipofisi, caratteristiche comuni a tutti i disordini post-traumatici da stress, inclusa la Sindrome di Stoccolma". Per quanto riguarda il percorso di recupero, Mencacci sottolinea che in fase preliminare appare necessaria la "messa in sicurezza della vittima" allontanandola dall'oggetto della sua ossessione, successivamente occorre "affrontare con trattamenti medici opportuni le prime manifestazioni del distacco: flashback, insonnia, altri sintomi fisici". In fase di riabilitazione si può ricorrere alla terapia cognitiva, integrata dalla tecnica EMDR (Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari) basata su un processo neurofisiologico naturale legato all'elaborazione accelerata dell'informazione.
Come spiegato sul sito dell'Associazione per l'EMDR in Italia, questa tecnica vede la patologia come informazione immagazzinata in modo non funzionale e si basa sull'ipotesi che ci sia una componente fisiologica in ogni disturbo o disagio psicologico. L'EMDR mira quindi a ristabilire l'equilibrio eccitatorio/inibitorio necessario per l'elaborazione dell'informazione. I movimenti oculari saccadici e ritmici usati con l'immagine traumatica, con le convinzioni negative ad essa legate e con il disagio emotivo facilitano la rielaborazione dell'informazione fino alla risoluzione dei condizionamenti, quasi come uno "scongelamento" dalla forma ansiogena originale in cui è stata vissuta e immagazzinata l'informazione.

Uscendo per un attimo dal solco ben delineato della psicopatologia, ci sembra opportuno considerare gli aspetti socio-situazionali che caratterizzano sequestri o prese di ostaggi e in particolar modo le reazioni di empatia delle vittime nei confronti dell'aggressore.

 "Mi è stata data la scelta di essere rilasciata in una zona sicura o di unirmi all'Esercito di Liberazione Simbionese per la mia libertà e la libertà di tutti i popoli oppressi. Ho scelto di restare e lottare".

Sono queste le parole di Patty Hearst fatte recapitare alla famiglia della donna in un nastro registrato. Precedentemente, era stata evasa l'insolita richiesta di riscatto dei rapitori: 2 milioni di dollari da distribuire tra tutti i bisognosi che si trovavano nelle strade della California, era il programma "People of Need".

Parole emblematiche sono anche quelle pronunciate dal cantautore Fabrizio De Andrè, rapito insieme all'artista e compagna Dori Ghezzi il 27 agosto 1979

"Noi ne siamo venuti fuori mentre loro (rivolgendosi ai sequestratori) non potranno farlo mai".

Oltre a perdonare i suoi carcerieri, De Andrè trasformò in arte l'esperienza vissuta, dando vita a brani che mettevano in luce l'oppressione della gente sarda in un parallelismo con il popolo dei pellirossa.
Così il luogo di prigionia diventa, nei versi dell'autore, l'"Hotel Supramonte".

Allo stesso modo vagando tra sentimenti ed emozioni contrastanti, non può non saltare alla mente il film
John Q in cui Nick Cassavetes fa vestire a Denzel Washington i panni di un padre disperato che risponde al classismo del sistema sanitario statunitense ponendo in essere una presa d'ostaggi all'interno del pronto soccorso di un ospedale.

Parole, fatti e storie romanzate che mettono alla prova il giudizio morale, ma che fungono da trampolino per interessanti e dovute riflessioni sulle variabili di natura sistemico-sociale che interessano il fenomeno. "Sindrome di Stoccolma", manifestazione di empatia per delle giuste cause espresse nel modo più sbagliato possibile o entrambe le cose?
Presso la Farmacia Buggè di Taureana - Palmi (RC) è attivo il servizio gratuito di prevenzione e consulenza psicologica.
 Per informazioni contattare il 3271925003










A Copenhagen per un giorno: Il "Medicinsk Museion"

di Santo Cambareri



Voglia di vacanze?  Il caldo estivo è arrivato e vi ha colti impreparati? Fuggire in Danimarca potrebbe essere un’ idea! 

Tranquilli! Il nostro blog non si è di colpo trasformato in un sito di itinerari turistici. Abbiamo deciso però di trasferirci a Copenhagen per un giorno (almeno con la fantasia!)

Le immagini che vedrete sono state scattate circa un anno fa al Medicinsk Museion e giacevano nell'hard disk del mio pc con una certa insofferenza di essere condivise.
Quale idea migliore allora se non quella di proporre all'interno del nostro spazio dedicato al benessere psicologico e alla prevenzione, un articolo fotografico attraverso il quale farvi ammirare virtualmente pezzi di storia della psichiatria, della farmacologia e della medicina in generale.

Il Museo della Medicina di Copenhagen è ricerca, condivisione, sperimentazione… “Cultura della Medicina – ieri, oggi e domani”.

Nell'attesa di andarci di persona, godetevi questa fugace occhiata.   


Allestito all'interno della sede storica deIla Royal Academy of Surgeons, edificio risalente al 1787, progettato dall'architetto Peter Meyn e candidato a diventare patrimonio dell’UNESCO, il Medicinsk Museion è un’unità di ricerca della Facoltà di Scienze della Salute dell'Università di  Copenhagen e al tempo stesso un museo dedicato alla storia della salute e delle patologie in una prospettiva culturale. Al suo interno sono conservati strumenti e materiale iconografico di carattere storico,  riguardanti la biomedicina e la cultura della salute in Danimarca e nel mondo. La collezione è stata fondata a Copenhagen nel 1906 da un gruppo di medici e la prima mostra è stata inaugurata il 22 agosto del 1907 nell'ambito delle celebrazioni del  50 ° anniversario della Danish Medical Association. Ad oggi il museo contiene circa 250.000 manufatti, oltre a un vasto archivio di libri e documenti storici.

                                                                                 


 Gli albori della Neurochirurgia. Nella foto, accanto al cranio: un trapano, un trapano preoperatorio e una setola per polveri e frammenti ossei.  La trapanazione cranica è l'antenata della moderna neurochirurgia. Vari ritrovamenti ossei dimostrano che la pratica era diffusa fin dal Mesolitico (circa 12.000 anni prima di Cristo). Oscuri i motivi, ma diverse le ipotesi: religione, superstizione, scopo terapeutico; quel che è certo è che in alcuni casi i "pazienti" erano sopravvissuti alle trapanazioni. In epoca moderna abbiamo testimonianze di interventi di trapanazione cranica, documentati tra gli altri dal chirurgo e anatomista tedesco Lorenz Heister (1683-1758), ma bisognerà attendere la fine del XIX Secolo per avvicinarsi alla moderna neurochirurgia con lo sviluppo dei concetti di anestesia, antisepsi e asepsi.


Naturalmente all'interno del Medicinsk Mueseion non potevano mancare Ippocrate, Polibio, Galeno e la Fisiologia Umorale. Un excursus storico, filosofico e scientifico tra organi in formalina e antichi farmaci.









Il disegno è di Lucy Lyons (assegnista di ricerca presso il “Museion”) e riproduce un cranio ritrovato in mezzo alle rovine di Æbelholt, monastero agostiniano della Nord Zelanda (Danimarca), fondato intorno al 1175. Il cranio sdentato, oltre a consegnare fedelmente le evidenze materiali della senilità, ci restituisce un’immagine artistica dell’invecchiamento. Una vecchiaia che, anche se accostata alla visione macabra del teschio, diventa, nell'intento della Lyons, arte e bellezza. Un teschio che non minaccia ma intenerisce, aprendo una riflessione introspettiva, nel fruitore dell’opera, sulla condizione dell’anziano. Il curriculum di Lucy Lyons si muove tra arte e scienza: fa parte della Medical Artists' Association, per 8 anni è tutor di arte, pittura e disegno scientifico alla City & Guilds of London ed è una professionista delle pratiche di disegno in medicina. Le sue ricerche hanno investigato il ruolo del disegno nella comprensione e comunicazione delle evidenze patologiche e fisiologiche. La sua ricerca di dottorato alla Sheffield Hallam University ha trattato nello specifico le tecniche del disegno scientifico applicato allo studio della Fibrodisplasia Ossificante Progressiva. 



Le "pillole" di Dana Wyse, artista canadese che vive e opera tra Vancouver e Parigi. "Jesus Had a Sister Productions" è il titolo dell'opera. Un work-in-progress  che con tagliente ironia spazia dai pregiudizi razziali al sesso, dalla spiritualità alla politica, passando per la morte, l'identità, i sogni, le aspirazioni e analizzando gli aspetti delle relazioni umane: fiducia, amore, piacere, potere, nell'ambito dell'affannosa quanto utopistica ricerca della perfezione. La "farmacia" della Wyse non ha bisogno di ulteriori commenti...












Franz Joseph Gall (1758-1828), gli strumenti di misura e la “Frenologia”. Gall in realtà non accettò mai il nome con il quale si diffuse questa teoria pseudoscientifica, fu piuttosto il suo discepolo e collaboratore Johann Gaspar Spurzheim (1776-1832) a divulgare la nuova dottrina con questo nome. Gall mirava al riconoscimento scientifico della teoria organologica  che vedeva il cervello suddiviso in organi distinti, ciascuno dei quali deputato a una precisa facoltà mentale. L’intento di Spurzheim era invece orientato alla divulgazione popolare delle nuove dottrine. Le divergenze di intenti, unite alle incomprensioni caratteriali, portarono i due a interrompere la loro amicizia e la loro collaborazione.  Così Spurzheim, continuando i suoi studi, arrivò a formulare compiutamente una disciplina che studiava la correlazione tra la forma e le dimensioni del cranio, la personalità e le facoltà mentali dell’individuo: era la “Frenologia” propriamente detta. 

Se la Frenologia è ormai relegata alla letteratura e alla cinematografia (per fortuna, aggiungiamo, considerata la deriva razzista della quale furono protagoniste diverse teorie ispirate ad essa!), stessa cosa non può dirsi per la pratica dell’elettroshock. La TEC “Terapia Elettro Convulsivante” è una tecnica terapeutica sviluppata in Italia negli anni ‘30 dai neurologi Ugo Cerletti e Lucio Bini. Gli impieghi terapeutici riguardano gravi forme di depressione (es.  complicazioni psicotiche, rallentamento psicomotorio), fasi maniacali del disturbo bipolare e forme non comuni di catatonia. Molto dibattuto il suo utilizzo, sia dal punto di vista dei rischi per la salute del paziente che dal punto di vista degli aspetti umani. Celebre la frase di Franco Basaglia , padre della Legge 180/78 che sancì la chiusura dei manicomi, “E’ come dare una botta a una radio rotta: una volta su dieci riprende a funzionare. Nove volte su dieci si ottengono danni peggiori. Ma anche in quella singola volta in cui la radio si aggiusta non sappiamo il perché”.
In Italia, la Circolare del 15 Febbraio 1999 stabilisce che si debba fare uso della TEC solo a seguito di ripetute terapie psicofarmacologiche. Il testo prevede inoltre il monitoraggio, la sorveglianza e le valutazioni delle azioni terapeutiche che si devono tradurre nel ricorso alla peer review (revisione paritaria adottata nell'ambito delle ricerche scientifiche) e ad una Commissione di medici esterni alla struttura specialistica dove venga effettuato il trattamento. La TEC “non costituisce un presidio terapeutico a se stante, ma deve necessariamente essere considerata all'interno di un programma terapeutico personalizzato, integrato con altri interventi”. 


Psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, studenti e ricercatori in materia avranno già colto il valore storico di quanto esposto in questa teca: “una WAIS” senza lettere o numeri romani che la succedano! La WAIS rappresenta il più noto strumento psicodiagnostico per valutare l’intelligenza in età adulta. Dalla prima pubblicazione nel 1955, a cura dello psicologo rumeno David Wechsler (1896 – 1981), si è passati alla validazione e standardizzazione della Wechsler Adult Intelligence Scale – Revised (WAIS-R, 1981), alla WAIS III (1997), fino all'odierna WAIS IV (2008). 

Caratterizzata da 11 subtest distribuiti su due scale principali (Scala Verbale e Scala di Performance), la “Wechsler” permette di valutare, tra gli altri, diversi processi psichici relativi al pensiero, alla memoria, all'esame di realtà ed alla capacità di progettazione. In alto a destra, nella foto, possiamo notare il materiale per somministrare uno dei quattro item riguardanti la Ricostruzione di figure: uno dei subtest della Scala di Performance. Il test trova la sua principale applicazione nella misura dell'eventuale deterioramento mentale negli adulti. La taratura italiana è disponibile solo per la WAIS e per la WAIS-R. Se nella WAIS le Prove di Performance seguivano quelle verbali, nella versione "Revised" l'ordine di presentazione dei subtest è alternato.  Esistono inoltre altre scale simili come la WPPSI (per i bambini in età prescolare) e la WISC (per i bambini in età scolare).

Il nostro giro "psico-turistico" si conclude qui. Speriamo vi sia piaciuto...
Se nel frattempo avete già acquistato i biglietti per la Danimarca, potrebbe tornarvi utile l'indirizzo del Medicinsk Museion - Bedgrade 62   1260 Kobenhavn, Danimarca-      

Stress lavoro-correlato: cosa cambia 

per le aziende?


Cos'è lo stress?

Hans Selye (1971) medico austriaco e padre della cosiddetta “Sindrome Generale di Adattamento”, definisce lo stress come “la risposta non specifica dell'organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso”. Secondo Selye lo stress non può e non deve essere evitato in quanto costituisce l'essenza stessa della vita, perciò non è una condizione patologica tout court, Lo stress viene considerato infatti come una sindrome di adattamento a degli stressor (sollecitazioni). Tutto ciò però non significa che esso non possa avere dei risvolti disadattivi o patologici, come nel caso in cui gli stimoli stressanti agiscano con grande intensità e per lunghi periodi. La reazione difensiva e adattiva è infatti caratterizzata da un'iniziale fase di allarme con modificazioni biochimiche e ormonali, da una fase di resistenza in cui l'organismo si organizza funzionalmente in senso difensivo e da una fase di esaurimento in cui avviene il crollo delle difese e l'incapacità di adattarsi ulteriormente.

L'importanza dell'ambiente

Il Modello Transazionale di Lazarus e Folkman, elaborato definitivamente nel 1984 pone l'accento sui fattori ambientali. In quest'ottica “Lo stress è una transazione tra la persona e l'ambiente, nella quale la situazione è valutata dall'individuo come eccedente le proprie risorse e tale da mettere in pericolo il suo benessere”. Lo studio e l'analisi dei fattori ambientali acquisiscono quindi un fondamentale rilievo nell'ambito delle variabili di rischio e caratterizzano al contempo una base imprescindibile al fine di individuare e implementare strategie funzionali per far fronte allo stress.

Stress e lavoro

Si fa strada quindi il riconoscimento dell'importanza che le componenti relazionali e ambientali hanno sulle condizioni fisiche e psicologiche dell'individuo. Prendono corpo, seguendo l'impalcatura del modello bio-psico-sociale di Engel (1977), il concetto di stress psicosociale e organizzativo e la teoria domanda/controllo di Karasek (1985) che si è occupato principalmente del ruolo svolto dalle caratteristiche del lavoro nel determinare stress e conseguenti effetti sulla salute. L'autore sostiene che la soddisfazione sul lavoro dipende dall'autonomia decisionale e che lo stress origina da valutazioni di carichi eccessivi di lavoro. Karasek individua inoltre le variabili dell'organizzazione del lavoro sulle quali agire per ridurre lo stress:
  • La domanda lavorativa (carico di lavoro e intensa pressione temporale)
  • Il controllo lavorativo (quantità di potere discrezionale che un individuo può esercitare sul proprio lavoro)
  • Il sostegno morale (qualità dell'ambiente umano e relazionale nel contesto lavorativo, cooperazione nella risoluzione dei problemi).

I provvedimenti in materia

In linea con la letteratura scientifica di riferimento le confederazioni sindacali europee ETUC, UNICE, UAPME e CEEP, hanno siglato, nell'ottobre 2004, un accordo quadro sullo stress nei luoghi di lavoro. Inoltre secondo la direttiva CEE 89/391 tutti gli imprenditori hanno l’obbligo legale di proteggere la salute e la sicurezza occupazionale dei lavoratori. Questo obbligo si applica anche ai problemi di stress da lavoro quando essi rappresentino un rischio per la salute e la sicurezza.


In Italia

La Commissione Consultiva Permanente per la Salute e Sicurezza sul Lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha stilato un documento in cui vengono esplicate le indicazioni per la valutazione dello stress in ambito lavorativo, in linea con la normativa europea e in attuazione delle disposizioni di cui all'art. 6, comma 8, lettera m-quater e all'art. 28 comma 1 bis, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n.81 in cui viene specificato che la valutazione dei rischi in ambito lavorativo debba prevedere, tra gli altri, anche lo stress lavoro-correlato. La circolare della Commissione Consultiva richiama quanto specificato all'art. 3 dell'Accordo Europeo del 2004, descrivendo lo stress lavoro-correlato come una “condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale ed è conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di corrispondere alle richieste o aspettative riposte in loro”.


Chi effettua la valutazione del rischio?

Nel documento si specifica inoltre che “La valutazione del rischio da stress lavoro-correlato è parte integrante della valutazione dei rischi e viene effettuata (come per tutti gli altri fattori di rischio) dal datore di lavoro avvalendosi del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) con il coinvolgimento del medico competente, ove nominato, e previa consultazione del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS/RLST)”


Qual è la figura professionale più idonea ad effettuare la misurazione dello stress lavoro-correlato?

Come ribadito dai vari Ordini Regionali, lo psicologo, che abbia acquisito una specifica competenza in materia di stress lavoro-correlato è sicuramente la figura idonea ad effettuare la valutazione approfondita e l'intervento correttivo non solo per la riserva nell'uso “degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità” attribuitagli dalla legge 56/89, ma anche per la preparazione completa che vanta nell'ambito delle relazioni interpersonali e delle dinamiche intrapsichiche


Le “Procedure standardizzate”

Tra i documenti approvati dalla Commissione Permanente rientrano le “Procedure standardizzate per la valutazione dei rischi” (in ambito lavorativo) che le aziende fino a 10 dipendenti saranno tenute ad attuare dal 30 Giugno 2013 e che non subiranno alcuna ulteriore proroga, come sottolineato dal Ministro del Lavoro Giovannini durante l'interrogazione parlamentare del 12 Giugno 2013. All'interno del documento di valutazione dei rischi, che deve essere redatto dal datore di lavoro e contenere “data certa”, viene inserito nell'ambito della “famiglia dei pericoli” anche il rischio stress lavoro-correlato.
Il quadro normativo in via di applicazione prescrive quindi un necessario adeguamento delle competenze sia per i datori di lavoro che per i responsabili della sicurezza in azienda, oltre a prevedere un'attività concreta nell'ambito della prevenzione dello stress lavoro-correlato e di eventuali interventi correttivi.